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Il ritorno del figliol prodigo di Rembrandt a cura di Alessio Fucile Storico dell’arte

DiWeb Master Arte e Senso

Dic 21, 2022

Ti presento quello che a mio parere è uno dei dipinti più straordinari, «Il ritorno del figliol prodigo» di Rembrandt, opera del 1668-69 conservata all’Ermitage di San Pietroburgo. Probabilmente questa è l’ultima opera dell’artista, realizzata in un periodo in cui egli era in difficoltà economica ed alle prese con diverse tragedie familiari tra cui la morte dei figli e della sua amata moglie Saskia. Nel quadro emerge il suo travaglio, la ricerca di Dio e soprattutto della luce tra le tenebre che lo attorniavano: la prova sta nel forte contrasto tra lo sfondo marrone scuro e i colori caldi, quali il rosso, l’oro e l’ocra.

L’opera narra l’epilogo della storia del figliol prodigo, parabola raccontata da Gesù: il soggetto centrale è l’abbraccio tra il padre e quel figlio che lo aveva lasciato e si era smarrito. È questa la parte più illuminata del dipinto, posta su un piedistallo di due gradini ad evidenziare il significato della parabola: Dio, creatore del cielo e della terra, sceglie di essere prima di tutto padre che ama e attende con pazienza qualsiasi figlio smarrito.

Il racconto del Vangelo inizia con l’indelicata richiesta del figlio più giovane, che pretende dal vecchio padre «la parte di eredità che gli spetta». La successiva partenza del figlio è molto più offensiva di come potrebbe apparire a prima vista: benché sia una pugnalata al cuore, il padre rispetta fino alla fine la libertà del figlio e lo lascia partire. Quante volte anche tu ti sei allontanato da Dio «verso un paese lontano», in cerca di libertà e felicità. A un certo punto però il ragazzo comincia a provare fame e delusione, tutti i suoi sogni svaniscono, cominciano a tormentarlo il dolore ed il rimorso per ciò che ha lasciato perché lontano dal padre tutto si rivela illusorio, non esiste quella felicità vera che lui tanto desiderava. A questo punto scatta qualcosa: decide di tornare. Giunto a casa, con grande sorpresa trova il padre che lo aspetta, che scruta da lontano l’orizzonte, che conta i giorni nell’attesa del ritorno del suo figlio. Proprio questo è il momento della parabola dipinto da Rembrandt. Il vecchio padre ha occhi di cieco, li ha consumati nel guardare l’orizzonte in attesa del figlio; è un uomo ricco, come ben si vede dall’abito con ricami d’oro, dalla cura del volto con una barba bipartita, dalla volta della casa sullo sfondo. Il suo amore supera ogni umana previsione: «gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia, fa festa». Tutto è magistralmente reso da Rembrandt con la luce e il colore del volto del padre che si riversa sul figlio inginocchiato davanti a lui, il suo manto rosso indica passione e amore e rimanda a due ali che avvolgono il figlio, prostrato in ginocchio. Quest’ultimo non ha più la cintura che ha rimpiazzato con una corda, nella fretta ha perso una scarpa, rivelando un piede graffiato e ferito; l’altra scarpa rimasta al piede destro è consumata e sdrucita, segno della tanta strada percorsa. Il figlio non osa stare in piedi o guardare in alto ma si abbandona completamente tra le braccia del padre, in più è lacero, sporco, rasato e abbruttito ma è vivo: tutto ciò che appare dall’esterno rimanda alla sua condizione spirituale. Il fratello maggiore ritorna dai campi ed inizia a protestare; il padre gli risponde che «questo tuo fratello era morto ed è ritornato a vita». La testa del giovane si trova nel grembo del padre, la dove germina una nuova vita e la testa rasata richiama proprio il bambino appena nato: il perdono di Dio rigenera, rende nuove creature, non c’è colpa che possa fermare il suo amore per ciascuno dei suoi figli.

Unico simbolo dell’antica regalità è lo spadino che il figlio minore porta al fianco destro, segno di appartenenza nobiliare. Anche tu hai una memoria regale, come figlio di Dio: non importa quanto sei caduto in basso nella vita, il Padre ti accoglie ogni volta che decidi di tornare. Ricorda sempre la grande dignità che hai: sei creato a immagine e somiglianza di Dio e, ancora più, Gesù ti ha redento con il suo sangue. Mai devi perdere la memoria di questa altissima dignità, anche in mancanza dell’apprezzamento altrui: non sono gli altri a dare valore alla tua esistenza, ma Dio. Sei un prodigio e un figlio da lui amato e questo basta per essere felici e per non cercare altrove un’approvazione che comunque non riempirebbe il cuore come solo Dio sa fare.

Le mani del padre sono diverse tra loro: la mano sinistra è forte e muscolosa, con le dita aperte che coprono gran parte della spalla destra, toccando e sorreggendo al contempo; la mano destra invece non sorregge né afferra, è una mano delicata e tenera, le dita avvicinate hanno un aspetto elegante, sono dolcemente poggiate sulla spalla come a voler accarezzare, calmare e offrire conforto. La mano destra è una mano chiaramente di madre, per cui il padre tocca il figlio con mano maschile e femminile, sorregge e accarezza, rafforza e consola. Dio è un padre che sa amare con un cuore di madre.

Oltre ai due protagonisti, altri quattro personaggi fanno da sfondo all’abbraccio centrale: in loro c’è indifferenza e curiosità tanto che rimangono sullo sfondo, c’è chi si appoggia ad un’arcata, chi sta seduto con le braccia incrociate o in piedi con le mani in mano e tutti questi sono modi per esprimere il desiderio di non essere coinvolti direttamente, tra loro e l’abbraccio dei due protagonisti c’è un abisso di buio e incomprensione. Il personaggio in piedi all’estrema destra è il figlio maggiore ritornato dai campi e informato da un servo del ritorno del fratello minore: è impassibile, non si protende in avanti, non si lascia coinvolgere, non condivide l’accoglienza del padre ma rimane chiuso nel suo risentimento.

Una delle più grandi provocazioni della vita è ricevere il perdono di Dio perché c’è qualcosa che ci tiene tenacemente aggrappati ai nostri peccati e non permette a Dio di cancellare le nostre colpe: a volte sembra che vogliamo dimostrare a Dio che le nostre tenebre sono troppo grandi per essere dissolte, spesso siamo come il fratello maggiore che proprio non ce la fa a capire come Dio possa amare anche chi ha sbagliato. Per avere la pace devi inginocchiarti davanti al padre, mettere l’orecchio contro il suo petto e ascoltare, senza interruzione, il battito del suo cuore: questo figlio si comporta come un servo e non come un figlio. Dio invece vuole instaurare con te un rapporto padre-figlio in cui tu ti senta amato da lui e in cui tu a tua volta possa amarlo. Il padre ti accoglie per quello che sei con le tue debolezze, ti ama perché sei figlio suo e non perché sei bravo.

Altra figura enigmatica è quella seduta accanto al figlio maggiore. Probabilmente Rembrandt cita un’altra parabola molto diffusa nell’Olanda del Seicento, ovvero la parabola del fariseo e del pubblicano: un fariseo in piedi loda sé stesso, si sente a posto con Dio perché ottempera i suoi doveri religiosi; un pubblicano, dunque un pubblico peccatore, non osa guardare in alto ma si batte il petto come vediamo fare a questo personaggio perché riconosce la propria colpa e chiede perdono a Dio. Gesù conclude che proprio questi tornò a casa perdonato: il metterti davanti a Dio con la consapevolezza del tuo errore e del tuo peccato rende possibile il suo perdono.

Ti lascio con un testo del profeta Osea: «Quando Israele era fanciullo io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio, gli ho insegnato a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro». Nell’esperienza dell’amore di Dio che attira e cresce, l’uomo si allontana e se ne va come il figlio minore; Dio non respinge le sue pecore sperdute, al contrario dice: «Il mio popolo è duro a convertirsi, chiamato a guardare in alto, nessuno solleva lo sguardo. Ma come potrei abbandonarti, il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, perché sono Dio e non uomo». Grazie per la tua attenzione.