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Giudizio universale di Giotto a cura di Alessio Fucile Storico dell’arte

DiWeb Master Arte e Senso

Dic 21, 2022

Ti presento il «Giudizio universale» che Giotto dipinse dal 1303 al 1305 nella controfacciata della Cappella degli Scrovegni a Padova

In alto ai lati della finestra due angeli accartocciano il firmamento, immagine della fine dei tempi e inizio dell’eternità, dietro le porte della Gerusalemme Celeste. Il cielo è azzurro come lo vede l’uomo dalla terra ed è rosso come lo vede Dio; nel firmamento sono visibili il sole e la luna e più in basso schiere angeliche precedute da otto vessiliferi. La fine del mondo significa l’aurora di un’alba nuova, dove «Non vi sarà più ne morte ne affanno, perché le cose di prima sono passate»: la trifora al centro è simbolo di Gesù, luce del mondo e della Trinità che giudica la storia, mentre i due fiori scolpiti di sei petali ciascuno indicano gli apostoli che con Gesù giudicano il mondo. 

Cristo giudice di grandi dimensioni è seduto al centro, sostenuto dai simboli dei quattro Evangelisti; compaiono anche Michele con la spada e Gabriele con il vessillo bianco-crociato dei Cavalieri del Santo Sepolcro. Gesù è circondato da un’aureola di luce e di angeli che, due più in alto e due più in basso, suonano lunghe trombe; egli mostra le piaghe e ai lati gli Apostoli nelle vesti di giudici siedono su dodici seggi, disposti in modo da far sembrare la parete concava, illusione resa anche dalle figure che guardano verso il centro. Lo scranno più decorato è quello di Pietro. Al di sotto due angeli portano la Croce che divide i giusti dai dannati.

Cristo «che volentier perdona» guarda con amore le anime elette che salgono accompagnate da angeli e guidate dalla Vergine Maria, mostra loro la piaga del costato e con il gesto della mano destra li accoglie. Quelli della schiera superiore sono aureolate, mentre nella schiera inferiore vi è il popolo comune ed i sovrani, i chierici, le donne, i laici illustri per dottrina ed arte e c’è anche un poeta incoronato, forse Dante; in fondo la scena della resurrezione dei corpi. 

Dalla sinistra del Signore parte una bufera di acqua e fuoco che travolge le anime dei dannati e le precipita nelle mani dei demoni: tutto è caos e disordine, i dannati hanno diverse dimensioni a in­dicare la loro differente collocazione nei vari punti dell’in­ferno, descri­tto accuratamente con rocce, valli profonde e colline, tutti corrispondenti ai vari gironi. In basso, impiccato e sventrato, Giuda e Lucifero che mangia le anime, con mani di uomo e artigli: quest’ultimo ha due bocche, un serpente gli esce dalle orecchie, è seduto sul drago apocalittico. Tutto attorno c’è «Eterno dolore, dove sta la perduta gente», come scrive Dante nella Commedia proprio negli anni in cui Giotto dipingeva la Cappella: un avaro stringe la sua borsa, un mercante porta in spalla i suoi averi, un giudice corrotto è trascinato dal suo corruttore; secondo la legge del contrappasso, gli strozzini sono strozzati dal sacchetto che hanno appeso al collo come loro per primi hanno strozzato la povera gente; figure completamente nude sono appese, tra cui golosi per la lingua, vanitosi per i capel­li, lussuriosi per i genitali; altri in pose oscene esprimono il disumano attraverso la perdita di dignità. I demoni infliggono vari tormenti ai dannati mordendoli, pungendoli, violentandoli: una figura è morsa da un drago, una donna è violentata da un demone che le versa in testa piombo bollente. 

In basso è raffigurato in ginocchio il committente del ciclo, Enrico Scrovegni, insieme all’arciprete della Cattedrale di Padova: egli offre la Cappella a Maria, edificio uguale a quella esistente, tranne per le cappelle attorno all’abside mai realizzate. Maria, con Giovanni a destra e Caterina di Alessandria a sinistra, gli porge affabilmente la mano: un raggio di luce ogni 25 marzo passa tra la mano dei due protagonisti. Enrico con tale offerta vuole lavare il peccato di usura della sua famiglia, tanto che Dante aveva posto tra gli usurai proprio suo padre. Enrico, considerato primo ritratto ufficiale dell’arte occidentale post-classica, segna il recupero della dignità dell’uomo essendo rappresentato con stesse dimensioni dei personaggi sacri. L’affresco, visibile al fedele prima di uscire dalla Cappella, era monito per non perdere mai di vista il destino eterno. 

Mi piace terminare segnalandoti l’omino che si intravede dietro la croce. Sembra che quel piccolo e fragile uomo si rifugi al riparo della croce per scappare dai demoni che gli si fanno intorno minacciosi: forse Giotto suggerisce che con la sua morte, Gesù ha rivelato il suo amore per te e in esso sta la tua vita, la tua liberazione dal male che ti assedia. Allora la sua croce è la tua unica vera speranza. Grazie per la tua attenzione.